Opera: “Gassed” di Sargent John Singer

In questi giorni stiamo assistendo ad una serie di attacchi terroristici di questi membri appartenenti allo Stato Islamico. Mentre la Francia ha apertamente dichiarato di essere in guerra e subito dopo gli attentati di Parigi ha bombardato Raqqua per colpire l’ISIS, l’Italia ne resta fuori.  Almeno momentaneamente. Fatto sta che a Milano e a Roma, in questi giorni, ci sono stati falsi allarmi di attentati e la gente non vive più tranquilla. Si respira un’aria di paura e di tensione, si sta in silenzio in metropolitana e per le strade ci si guarda alle spalle.

Spero che i “grandi” riescano a risolvere la situazione e che l’Italia eviti di entrare in guerra. Rivorrei tanto gli anni ’80, gli anni della spensieratezza che io ho potuto vivere da bambina e che mi hanno permesso di essere la persona che sono oggi. Invece in questi vivrà e crescerà mia figlia e non trovo niente che faccia essere ottimisti ma spinga solo a diventare cinici e intolleranti verso il prossimo.

Siccome il mio blog tratta di arte, propongo come opera della settimana “Gassed” di Sargent John Singer (1918-19) per ricordare che la guerra è terribile e non porta a niente di buono e, per rimarcare il concetto, la poesia “Dulce et decorum est” di Wilhel Owen.

Sargent John Singer (RA) Gassed
“Gassed”, di Sargent John Singer. 1918-19. London, Imperial War Museum. Un medico guida dei soldati che hanno gli occhi bendati a seguito di un attacco di gas sul fronte occidentale nell’agosto del 1918. La segna mostra che ogni uomo segue l’altro tenendosi alla spalla di chi ha di fronte. Il terzo ha la gamba così sollevata che sembra stia per salire su di un gradino mentre un altro è di spalle allo spettatore fuori dalla linea. In fondo a destra, ci sono altri soldati che fanno la stessa cosa e molti sono riversati a terra feriti. Il dipinto mostra che le vittime non avevano indumenti di protezione e una partita di calcio che va avanti nonostante quello che è accaduto e Sargent mostra che, in netto contrasto con le vittime, i calciatori sono fisicamente e visivamente coordinati ed hanno kit completo.

 

Dulce et decorum est

Wilfred Owen scrisse “Dulce et decorum est” ( dal latino: “È bello e dolce (morire per la patria)”) nel 1917, durante la prima Guerra Mondiale mentre si trovava ricoverato in ospedale per le ferite e lo schock causati da un bomba esplosagli vicino in battaglia, e pubblicata postuma nel 1920. “Dulce et decorum est pro patria mori” è un verso dalla Odi di Orazio difinita da Owen in questa poesia “the old lie”, la vecchia bugia.

La dedicò a Jessie Pope, scrittrice le cui poesie  invece incitavano i ragazzi ad arruolarsi per la guerra.

 

DULCE ET DECORUM EST

Bent double, like old beggars under sacks,
Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting flares we turned our backs
And towards our distant rest began to trudge.
Men marched asleep. Many had lost their boots
But limped on, blood-shod. All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf even to the hoots
Of gas-shells dropping softly behind.

Gas! GAS! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling
Fitting the clumsy helmets just in time,
But someone still was yelling out and stumbling
And flound’ring like a man in fire or lime.—
Dim, through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.
In all my dreams before my helpless sight
He plunges at me, guttering, choking, drowning.

If in some smothering dreams you too could pace
Behind the wagon that we flung him in,
And watch the white eyes writhing in his face,
His hanging face, like a devil’s sick of sin,
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,—
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.

 

Traduzione italiana della poesia di Owen, a cura di Emanuela Zampieri, da www.progettobabele.it

DULCE ET DECORUM EST

Piegati in due, come vecchi accattoni sotto sacchi,
con le ginocchia che si toccavano, tossendo come streghe, bestemmiavamo nel fango,
fin davanti ai bagliori spaventosi, dove ci voltavamo
e cominciavamo a trascinarci verso il nostro lontano riposo.
Uomini marciavano addormentati. Molti avevano perso i loro stivali
ma avanzavano con fatica, calzati di sangue. Tutti andavano avanti zoppi; tutti ciechi;
ubriachi di fatica; sordi anche ai sibili
di granate stanche, distanziate, che cadevano dietro.

Gas! Gas! Veloci, ragazzi! – Un brancolare frenetico,
mettendosi i goffi elmetti appena in tempo;
ma qualcuno stava ancora gridando e inciampando,
e dimenandosi come un uomo nel fuoco o nella calce…
Pallido, attraverso i vetri appannati delle maschere e la torbida luce verde,
come sotto un mare verde, l’ho visto affogare.

In tutti i miei sogni, prima che la mia vista diventasse debole,
si precipita verso di me, barcollando, soffocando, annegando.

Se in qualche affannoso sogno anche tu potessi marciare
dietro al vagone in cui lo gettammo,
e guardare gli occhi bianchi contorcersi nel suo volto,
il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare;
se tu potessi sentire, ad ogni sobbalzo, il sangue
che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi dal gas,
ripugnante come un cancro, amaro come il bolo
di spregevoli, incurabili piaghe su lingue innocenti, –
amica mia (*), tu non diresti con tale profondo entusiasmo
ai figli desiderosi di una qualche disperata gloria,
la vecchia Bugia: Dulce et decorum est
pro patria mori.

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