“Confronti”. Personale di Fernando Montà, Torino 3 marzo 2016

L’impressione è la stessa di qualche anno fa: vortici rigogliosi popolano pianeti sconosciuti e forze invisibili agitano terre incontaminate: l’immersione dell’artista nella natura lussureggiante, scompigliata dal vento, è totale e le acque di un fiume si mescolano con quelle del mare in cui si versano. Le pennellate, a tocchi e filamenti, fluiscono morbide sulla tela accompagnando il senso della brezza. Un’altra opera, racchiusa in una sfera, è accostata a questa (E-V 4, 2004), EsSenza 2011, ma l’impatto è diverso: il colore è quasi sparito, la vegetazione ha i toni brulli della terra riarsa dal sole, la vita della natura è compromessa dalle insensate azioni umane espresse con pennellate affilate come lame che feriscono il supporto rigido con tagli e fori, come un corpo straziato.
Le sopraindicate opere fanno parte della mostra CONFRONTI che abbraccia un periodo di circa quaranta anni (dai primi anni ’70 fino al 2016) e nasce come “raffronto tra due momenti di ricerca pittorica partendo dallo stesso soggetto”. Fernando Montà ripercorre a ritroso il corso del tempo come per un ritorno alle origini e, con pigmenti e supporti diversi, rivisita le opere della giovinezza e degli anni precedenti creando dei lavori nuovi che rispecchiano il proprio percorso interiore e il proprio punto di approdo. Come un cerchio che si chiude. E, infatti, i lavori riproposti sono tutti espressi in una sfera o un’ellisse su fondo nero, scompare la forma rettangolare che potrebbe estendersi all’infinito e predomina la circonferenza che trova in se stessa l’origine e la risoluzione, la fine e la rinascita in una perenne ciclicità. I dipinti recenti hanno un’altra caratteristica: un’anima segreta, un retro nascosto e misterioso. Il fondo del supporto dell’opera è una superficie di plexiglass riflettente che si può intravedere solo attraverso delle incisioni o dei fori fatti con la sgorbia sulla superficie dipinta. Lo sguardo viene colpito da essi come dalla vista di una ferita, gli squarci sono infatti come lacerazioni da arma da taglio o da proiettili e, se si esplora il retro della tavola, si scoprono le colature di colore come sangue da un corpo sfregiato. È l’Essenza, l’Io profondo, puro come la superficie di uno specchio, che emerge dalle ferite del vissuto? È lo sguardo dell’artista che penetra nella più segreta natura delle cose? In questo gioco di rispecchiamenti il gesto incisivo graffia il supporto e la pittura il più delle volte prevale sulla figurazione e sul racconto e si esprime con pennellate acuminate che incidono la tavola.
Le opere in mostra sono venti, la metà più recente si confronta con quelle passate. Uno dei dipinti più lontani nel tempo è “Dallo studio” (1973), un olio su tela: dall’interno di una stanza si può osservare un terrazzo deserto al cui centro c’è una sedia con un vecchio giornale e sullo sfondo un agglomerato di edifici. L’opera è ripresa nel 2016 con la tecnica dell’acrilico su tela, in cui lo stesso soggetto è rielaborato e inserito in un cerchio che ha per sfondo un cielo stellato.
“Persistenza d’immagini” (anch’esso del ’73), è un’acquatinta in cui si accumulano elementi diversi, dalla cupola di San Pietro, simbolo di religiosità, ai motori, indice di progresso tecnologico non disgiunto dall’evoluzione della specie umana – il volto di una scimmia. La presenza di uccelli che si librano liberi nell’aria rimanda al sentimento della natura mentre un grande fiore e un aereo, che punta minaccioso su di esso, rivelano il legame con gli ideali giovanili dei figli dei fiori. Il corrispettivo attuale è “EsSenza” del 2010, anch’esso monocromo ma con i toni del nero; racchiusi in un ovale, presenta gli stessi elementi in un omaggio alle ideologie di allora, tuttavia l’incisione sulla tavola, nuovo supporto, dà origine a un bianco abbacinante e drammatico anche se la presenza degli stessi simboli rivela l’immutabilità dell’artista nonostante il tempo trascorso.
“Simultaneità” 2010, riprende anch’esso un’acquatinta dei primi anni ’70 e presenta la stessa architettura dell’opera precedente, ma qui i soggetti, reiterati, sono solo due: donne e motori. L’artista sostiene di voler tributare un omaggio alla donna nella sua espressione di forza, intelligenza e sensibilità; l’accostamento dell’immagine femminile con la potenza delle auto però è ancora legata a un binomio molto diffuso nell’immaginario maschile.
“Sogno di libertà” ed “Elsa la leonessa” del 2012 (dal lavoro EsSenza), rivisitano con l’acrilico due dipinti della fine degli anni ’70 allorché un gruppo di artisti protestò contro la reclusione degli animali negli zoo. A distanza di anni lo spirito libero della natura offesa, oltre che dell’artista, riesplode come un urlo di dolore attraverso le ferite della tavola da cui emerge, come un lampo di luce, la disperazione degli animali condannati all’estinzione e la solidarietà dell’autore rimasta inalterata, se non acuita dal tempo.
La tensione di Montà verso la natura riappare nell’opera, olio su tela, “Luna” del 2001, con un colore vivido che esalta la vegetazione rigogliosa, ad essa però si contrappone “EsSenza 2010”, acrilico su tavola, con dei toni aridi come la terra dell’Africa, dove l’artista vide la luce. La ricerca passata è così superata ma ancora una volta prorompe, attraverso le ferite del supporto, la sofferenza per le sorti dell’ambiente, accresciuta dalle vicende personali dell’autore. La perdita del colore, surrogata da una maggiore forza che viene proprio dal luminoso fondo segreto dell’opera, non altera l’essenza dell’artista, maggiormente consapevole dei limiti e degli abbagli del progresso umano, anzi ne rafforza l’ispirazione. L’opera “Girasole 2012” che conclude la mostra, nasconde nel proprio retro l’anima profonda e immutabile del pittore: un autoritratto degli anni ’70 che sancisce l’incorruttibilità dei sentimenti e degli ideali. L’autoritratto viene riproposto a distanza di anni, sempre in acrilico, ma stavolta su tela con la tecnica del pointillisme. Il cerchio così si chiude e quello che include le opere recenti esprime tutta la potenza della propria simbologia di armonia e di Eterno ritorno. O, come per Jung, “il Sé e la totalità della Psiche” che si perpetua nel tempo.

di Maria Erovereti

Fernando Montà

mostra
a cura di martinArte
con testo critico di Maria Erovereti

Inaugurazione
giovedì 3 marzo 2016 ore 18.00 / 22.00

La mostra proseguirà sino al 23 marzo

Orari:
lun 15.30-19.30 mar -mer-giov-ven 10.00-12.30 15.30-19.30

martinArte c.so Siracusa 24/a -10136 Torino – tel. 011.3433756
cell. 335360545 e.mail: paolabarbarossa@libero.it

 
Biografia Fernando Montà

Vive e lavora a Torino. Dopo gli studi artistici e quelli all’Accademia di Belle Arti e il conseguimento del premio Pernod per la grafica – sezione studenti, si dedica all’incisione e alla pittura figurativa con temi legati all’ecologia e alla difesa dell’ambiente. Agli inizi degli anni ’90 giunge ad una ricerca sul segno.

Nel 1993, con la mostra “Monadi-Nomadi”, arriva ad un approfondimento su forma, spazio, colore ed installazione, mentre l’attività prosegue con opere composte da moduli che si espandono nello spazio e che hanno per soggetto la Collina e la Luna. L’interesse si focalizza poi sull’elemento Vento che agita vorticosamente la natura ed il paesaggio. Recenti lavori denunciano le Ferite alla natura e, nello stesso tempo, all’animo umano. Nel 2012, con EsSenza, stabilisce un rapporto con lavori precedenti intervenendo sulla tavola, graffiandone e bucandone la superficie, per lasciar trasparire il contrasto con il fondo specchiante. Partecipa a numerosi eventi e mostre in Italia ed all’estero.

 

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