Monogramma, di Lucia Simone. Roma, 17 giugno – 2 luglio 2016

Le opere di Lucia Simone sembrano non voler privilegiare nulla: l’artista osserva la realtà, il mondo e la sua pittura è fedele al motto di Heidegger, secondo cui l’essere non è ma accade e alle parole di Vattimo quando scrive: “L’accadere del mondo significa che eventi nuovi rompono la continuità del mondo precedente e ne fondano uno nuovo: questi eventi inaugurali sono eventi di linguaggio”.
In questo accadere, gli spazi, i luoghi, gli oggetti e le persone oltrepassano il loro significato individuale e specifico e diventano frammenti, segni che, piuttosto che rappresentare, creano un’atmosfera. L’opera, dunque, rinuncia al racconto, alla narrazione e adotta un linguaggio, libero da enigmi allegorici e dall’oscurità del simbolo, che cancella i dettagli, i particolari (ciò che, apparentemente, ci permette di conoscere e di riconoscere) e ci consegna un mondo nel quale le cose, anche le più consuete si presentano sotto altra forma.
Entrare in queste immagini significa essenzialmente capovolgere lo sguardo, senza porsi in un’angolazione diversa, senza costringersi a cambiare posizione. Basta abbandonare i confini, apparenti, della visione, la consuetudine di un’immagine che si dà completamente e rintracciare, nel sentire, la totalità che verosimilmente abita in ciascun frammento.
E’ il tempo uno degli elementi essenziali delle opere di Lucia Simone: le sue immagini non sorprendono mai il momento, bensì lo creano. Avvalendosi di una costruzione formale– e di un punto di vista – che riflette l’esperienza di altri media, l’artista utilizza le forme e, soprattutto il colore, per creare atmosfere senza tempo, quasi sospese. Alcune di queste opere rivelano una precisa affinità con le immagini fotografiche, tuttavia, attraverso l’uso particolare del colore – che costruisce lo spazio pittorico e, contemporaneamente, cancella la precisione delle figure – si distaccano dal linguaggio neutro della riproduzione.
La fotografia, infatti, per sua natura, fissa un momento che diventa automaticamente parte del passato, il colore, invece, riesce a mantenere quell’istante continuamente presente, continuamente vivo o, per dirla con le parole di Yves Klein: “Per me i colori sono degli esseri viventi, degli individui molto evoluti che si integrano con noi e con tutto il mondo. I colori sono i veri abitanti dello spazio.”

Cecilia Casorati, maggio 2016

 

Mostra personale di Lucia Simone
Monogramma Arte Contemporanea
via Margutta 102, Roma
ore 18.30
catalogo in galleria
a cura di Cecilia Casorati
http://www.luciasimone.it

Monogramma

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2 pensieri riguardo “Monogramma, di Lucia Simone. Roma, 17 giugno – 2 luglio 2016

  1. “E’ il tempo uno degli elementi essenziali delle opere di Lucia Simone: le sue immagini non sorprendono mai il momento, bensì lo creano. ” Ottima definizione dell’opera pittorica di Lucia Simone che non conoscevo prima di questa tua presentazione. In effetti è proprio così, anche se aggiungerei una nota sull’utilizzo del nero da parte della pittrice: è proprio l’utilizzo di questo colore – che si esalta dei colori che lo circondano – a creare “un’atmosfera. L’opera, dunque, rinuncia al racconto, alla narrazione e adotta un linguaggio, libero da enigmi allegorici e dall’oscurità del simbolo, che cancella i dettagli, i particolari (ciò che, apparentemente, ci permette di conoscere e di riconoscere) e ci consegna un mondo nel quale le cose, anche le più consuete si presentano sotto altra forma.” Vedasi, per esempio, Trans, in cui appunto il momento viene creato dallo stagliarsi del nero sul giallo e da quell’indefinito bagliore che illumina e cancella il volto. Per una piena comprensione del ruolo significante del nero è particolarmente rappresentativo Il Viaggiatore, la cui transitorietà del suo vivere è resa attraverso sfumature di nero che si rapprendono nella raffigurazione del suo bagaglio, cioè in ciò che soltanto gli appartiene. Il nero infine diviene il tessuto materico in Reiterazione, o ancora Untitled, in cui addirittura il nero si pone come benda sugli occhi non solo delle figure presenti nei dipinti ma dello spettatore medesimo che viene così invitato a ricostruire nella propria mente le identità celate.

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